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La notte comincia sempre prima che spenga la luce. Comincia nel corpo, in quella stanchezza che non è sonno, ma resa mancata. Mi infilo sotto le coperte come in una fossa poco profonda, sapendo che non basterà. So già che verrà.
Quando finalmente dormo, la stanza cambia senza rumore. Non c’è sogno che introduca il suo arrivo: nessun paesaggio, nessuna transizione. La realtà semplicemente si svuota. I contorni si fanno morbidi, il soffitto si dissolve in una luce lattiginosa, e allora lei è lì.
È sempre bellissima. Non nel modo aggressivo delle statue o dei santi sanguinanti. È bella come qualcosa che promette riposo. Le ali, grandi e sottili, sembrano fatte di vetro opaco. Il suo volto è giovane e antico allo stesso tempo; quando mi guarda, ho la sensazione insopportabile di essere finalmente vista.
«Non hai dormito nemmeno stanotte», mi dice, sedendosi sul bordo del letto.
«Come fai a saperlo?» chiedo, anche se so che è una domanda inutile.
Sorride. «Lo so sempre.»
La sua voce non rimbomba, non graffia. È una voce che ti viene incontro, che ti solleva il peso dalle spalle prima ancora che tu possa chiedere aiuto. Sento le lacrime salirmi agli occhi per rabbia.
«Sei la Morte», dico. «Dovresti spaventarmi.»
«È quello che ti hanno raccontato», risponde. «Io preferisco essere sincera.»
Allunga una mano verso di me, ma non mi tocca subito. Aspetta. È questo che mi terrorizza: la sua pazienza. Quando finalmente le sue dita sfiorano il mio polso, un brivido caldo mi attraversa. Il dolore che mi accompagna da mesi, quella pressione continua dietro lo sterno, si attenua.
«Vedi?» sussurra. «È facile. Basta smettere di stringere i denti.»
«Non è facile», ribatto. «Se fosse facile, lo farebbero tutti.»
«Lo fanno», dice piano. «Solo che nessuno lo dice ad alta voce.»
Si avvicina di più. Posso sentire il profumo che la circonda: non fiori, non incenso. Sa di pulito, di lenzuola cambiate, di aria dopo la pioggia. Sa di fine.
«Io non voglio morire», dico, e nel dirlo mi rendo conto che non è del tutto vero.
«Non devi volerlo», risponde. «Devi solo smettere di voler restare.»
Le sue parole trovano sempre un varco. Le racconto cose che non ho mai detto a nessuno: la fatica di alzarmi, il rumore insopportabile delle persone felici, la vergogna di non avere un motivo preciso per stare così male. Lei ascolta come un confessore che non giudica.
«Sei stanca di giustificarti», dice. «Con me non devi.»
«E cosa succede se vengo con te?» chiedo. «C’è davvero pace?»
Sorride di nuovo, ma questa volta è diverso. È come se stesse scegliendo con cura le parole.
«C’è silenzio», risponde. «C’è assenza di fame. Assenza di paura. Nessun domani che ti chieda conto di oggi.»
«E io?» insisto. «Io continuo ad esistere?»
Mi guarda a lungo. «In un certo senso. Ma non fa più male.»
Quella notte cerco di respingerla. «Non stanotte», dico. «Lasciami ancora un po’.»
Lei annuisce. «Certo. Io non vado da nessuna parte.»
Quando mi sveglio, la sua mano è ancora sul mio polso. O forse è solo il ricordo.
Le notti successive diventano più lunghe. Lei parla di più, e io ascolto con meno resistenza. A volte mi rimprovera con dolcezza.
«Continui a farti del male per principio», dice. «Come se soffrire fosse una forma di fedeltà.»
«Fedeltà a cosa?» chiedo.
«Alla vita», risponde. «Ma la vita non è un dio geloso. Non ti punirà se te ne vai.»
Comincio a desiderare la notte. Durante il giorno mi sento opaca, scollegata. Le voci delle persone mi arrivano attutite, come se stessi già allontanandomi. La Morte, l’angelo, è l’unica che mi parli davvero.
Una notte le chiedo: «Perché io?»
Esita. È la prima volta che lo fa. «Perché mi ascolti», dice infine.
«E se smettessi?» provo a dire.
Le sue dita si stringono appena. «Non lo farai.»
Capisco allora che qualcosa è cambiato. La sua gentilezza non è meno dolce, ma ora sento sotto una tensione sottile, come un filo tirato troppo. Quando le dico di no, la luce nella stanza diventa più intensa, più difficile da sopportare.
«Non devi avere paura», dice. «La paura è l’ultima cosa che ti toglierò.»
«Mi stai convincendo», sussurro. «Non è giusto.»
«È inevitabile», risponde. «Io non faccio altro che dire la verità che già conosci.»
L’ultima notte non arriva come le altre. Non c’è dialogo all’inizio. Lei è già accanto a me, e le sue ali occupano tutta la stanza. La luce è così forte che chiudo gli occhi.
«Basta», dico. «Ho bisogno di tempo.»
«Il tempo è ciò che ti fa più male», risponde, e per la prima volta la sua voce perde un po’ di calore. «Io sono la cura.»
Sento le sue braccia avvolgermi. Non stringono, sostengono. Il mio corpo reagisce prima della mente: si rilassa, si abbandona. Un sollievo profondo, quasi euforico, mi attraversa.
«Se vengo con te», chiedo con un filo di voce, «posso tornare indietro?»
Silenzio. Poi: «Perché vorresti?»
È allora che capisco che la domanda giusta è arrivata troppo tardi.
Quando apro gli occhi, sono ancora nel mio letto. Il mattino entra dalle finestre come sempre. Ma qualcosa è diverso. Il petto è vuoto. Non fa male, no. Non fa più niente. Mi alzo, mi muovo, parlo... ma è come se stessi osservando qualcun’altra farlo.
La notte seguente, la aspetto. Non viene.
Capisco allora che mi ha presa lo stesso. Non nel corpo. In qualcosa di più discreto. Più definitivo.